Ciao, oggi un post un po’ da secchioni, ci sono dei bei consigli di lettura se ti interessano queste cose del digitale.
Se per sbaglio ti interessa qualcosa di quello che leggi, o fai leggere a ChatGPT, conviene che ti iscrivi (anche solo per il bene del tuo ChatGPT). Anche se forse adesso va un po’ più di moda Claude.
Questa newsletter è un modo, il più comodo che ho trovato, per darmi il tempo e lo spazio per cercare di capire come cambia il ruolo sociale dei media, «intesi quali ambienti in cui si formano le nostre esperienze»1.
È Neil Postman, nel 1968, a definire il perimetro del campo di studi che si occupa di media come di ambienti. Lo chiama media ecology.
Se in biologia un “medium” (mezzo di coltura) è qualcosa in cui una coltura batterica cresce (come in una piastra di Petri), nell’ecologia dei media, il medium è “una tecnologia all’interno della quale cresce una cultura [umana]”.
L’ecologia dei media indaga il modo in cui i mezzi di comunicazione influenzano la percezione umana, la comprensione, il sentire e i valori; e come la nostra interazione con i media faciliti o ostacoli le nostre possibilità di sopravvivenza.
La parola ecologia implica lo studio degli ambienti: la loro struttura, il loro contenuto e il loro impatto sulle persone. Un ambiente è, in fondo, un complesso sistema di messaggi che impone agli esseri umani determinati modi di pensare, sentire e comportarsi.
Le impalcature teoriche sviluppate dagli studiosi di questa branca del sapere sono particolarmente affascinanti da discutere oggi, dato che viviamo in un’era «“biomediatica”, in cui i media digitali sono indistinguibili dalla vita degli individui che ne fanno uso, con le conseguenti ricadute sulle forme di socialità e di interazione che mescolano online e offline con evidenti ripercussioni tra gli ambienti mediali e fisici»2.
Anche se c’è molta resistenza ad accettare questo semplice dato di realtà, cioè che siamo un garbuglio di dati fisici e digitali e che abitiamo un piano ibrido della realtà, mezzo byte mezzo CO2 che ci strozza, mi sembra utile continuare a ripetercelo.
Anche perché, se lo accettiamo, possiamo prepararci un po’ meglio per quello che verrà.
Nel piccolo dell’ambito culturale, mi interessa provare a mettere a sistema alcune riflessioni che possono dirci qualcosa dell’evoluzione del rapporto tra prodotto culturale e ambienti digitali.
Molti editori di contenuti continuano a considerare il digitale come un semplice canale di distribuzione, una rete autostradale che porta i contenuti dal sovraccarico server dell’editore al piccolo device caldo e appiccicoso di sudore del consumatore. Magari qualche volta chiede un passaggio a un creator, ma l’idea è sempre quella.
Peccato che qualsiasi analisi, anche la più spiccia e superficiale, dell’esperienza della nostra vita digitale ci riveli immediatamente come questo modo di guardare a questo ambiente sia, non solo parziale, ma proprio errato.
Senza andare a scomodare McLuhan, l’oracolare «il medium è il messaggio», è evidente, a chiunque abbia mai guardato un reel, come Instagram non sia un canale neutro, ma come ambiente interagisce con i contenuti e, anzi, ne detta le condizioni d’esistenza. E questo vale per qualsiasi piattaforma digitale3.
In ambito culturale si producono pensieri e oggetti perché il pubblico li consumi, come in qualsiasi altra industria, e proprio come in qualsiasi altra industria, la forma degli oggetti che proponiamo al pubblico è vincolata dalla tecnologia che ne permette la distribuzione e la fruizione.
Passando dalla pergamena alla carta, dall’amanuense alla stampa a caratteri mobili e poi alla stampa in digitale, dalla pellicola alla digitalizzazione delle immagini, dal vinile all’mp3, le industrie culturali non hanno solo efficientato la loro distribuzione ma modificato profondamente la loro offerta di contenuto4. E allo stesso tempo, hanno cambiato le abitudini di chi consuma questa offerta.
E cambiando le abitudini degli individui, hanno influenzato la loro cultura, il loro modo di percepirsi, di pensare il mondo. Li hanno cambiati più profondamente di quanto non immaginassero.
Un medium non è un semplice canale di trasmissione ma un luogo in cui si produce l’esperienza contemporanea e dalla cui “natura” derivano “mutazioni” piuttosto che semplici mutamenti, dell’individuo5.
In No Sense of Place, Joshua Meyrowitz fa un esempio pratico di queste mutazioni6.
La programmazione televisiva è sempre stata improntata a valori consonanti con il proprio tempo, non poteva essere altrimenti. Negli anni ’50, dunque, la visione del mondo emergente dai prodotti culturali televisivi era improntata a un mondo patriarcale, in cui gli spazi di azione sociale erano esclusivamente maschili.
La televisione, però, ha una peculiarità tecnica: non segmenta il suo pubblico.
La trasmissione è sempre univoca. E la sua fruizione non necessita di particolari abilità nel decodificare il messaggio. Non serve saper leggere o far di conto o essere aggiornati sulle ultime notizie. Per questo, in qualunque momento, un programma potrà essere consumato da chiunque si trovi di fronte all’apparecchio. Per fermare la trasmissione, la tua unica arma è spegnere il dispositivo, cioè privartene7.
Questa condizione di libero accesso ai contenuti ha fatto sì che le donne, sempre di più, prendessero coscienza delle limitazioni cui venivano forzate. In tv vedevano uomini fare questo e quello, e sbagliare, e fare disastri, e flirtare con altre donne, e fare i furbi al lavoro, mentre a loro era concesso di esistere soltanto in minore ed erano chiamate a una virtù a cui gli uomini non erano tenuti.
Gli uomini avrebbero potuto evitare di alimentare questa presa di coscienza, ma avrebbero dovuto privarsi della televisione. Non lo hanno fatto.
Questo, sostiene Meyrowitz, ha portato al lento emergere di una nuova coscienza femminista e a nuove e più insistenti rivendicazioni politiche e sociali da parte delle donne. Paradossalmente, il consumo di contenuti ispirati a una cultura patriarcale ha contribuito alla diffusione di istanze opposte8.
Per dirla scientificamente:
Meyrowitz ha sviluppato una teoria del medium basata sul «sistema dei ruoli», che innanzitutto sostiene che, in una data società, le fasi di socializzazione, le forme dell’identità di gruppo e i livelli gerarchici dipendono tipicamente da determinati pattern di accesso (e dalle restrizioni all’accesso) all’informazione sociale9.
In sostanza, «i cambiamenti dei media promuovono la ristrutturazione dei ruoli sociali modificando gli equilibri tra ciò che i diversi tipi di persone sanno gli uni degli altri e gli uni rispetto agli altri»10.
Ora, indipendentemente dalla diffusione e dalla falsificabilità delle teorie citate, mi sembra evidente che il discorso mediatico italiano contemporaneo mainstream abbia un po’ dei caratteri Cro-Magnon: con questi argomenti proprio non ci misuriamo pubblicamente, stiamo nelle nostre grotte sperando che la tempesta passi lasciandoci indenni.
Ma non ci lascia indenni: prova a immaginare la polemica dei baby intellettuali dieci anni fa, non ci riesci, invece oggi fa il rumore che fa.
Vuol dire che le nostre modalità di attribuzione del valore, le nostre gerarchie sociali sono già oggi in evoluzione (o in fase di putrefazione, se sei di quella parrocchia). Discutendo di Prati e compagnia, discutiamo soltanto nel merito dei meriti di questo o quello, e non dell’ambiente che rende possibili, abilita quei meriti.
Ma si capisce perché. «Quando si opera nella società con una nuova tecnologia non è l’area incisa che viene maggiormente toccata. La zona dell’urto e dell’incisione è intorpidita. Quello che cambia è l’intero sistema11». Ce ne accorgeremo tra un po’.
Abbiamo finito. Come al solito, se la prossima volta chiedi a ChatGPT o Claude di farti il riassunto, io son felice lo stesso. L’importante è il pensiero.
Se vuoi discutere con me di quel che ho scritto (o del tempo), puoi scrivermi in dm su instagram o mandarmi messaggi minatori sulla mail.
Introduzione. Meyrowitz e la teoria del medium, Maria Angela Polesana, in J. Meyrowitz, Teoria del medium, FrancoAngeli, Milano, 2020 (lo citerò spesso, fai che segnartelo, è anche un libro breve).
Ibid.
E qualsiasi altra tecnologia, ci arriviamo subito.
C’è tutto un dibattito su questo aspetto tecnologico della medialità, che parte da Empire and Communications di Innis, ho scoperto.
Se vogliamo fare degli esempi pratici: pensiamo alla durata di un album, che su vinile doveva avere necessariamente una certa durata massima, un lato A e un lato B; oppure al feuilleton ottocentesco, che per il modo in cui era distribuito doveva essere necessariamente strutturato in modo che ogni capitolo avesse una sua unità d’azione godibile anche in modo indipendente dal flusso continuo del testo. Lo streaming musicale poi ha accorciato le canzoni, anticipato i ritornelli e ha aumentato esponenzialmente il numero di brani con cui un ascoltatore medio viene in contatto.
Introduzione. Meyrowitz e la teoria del medium, Maria Angela Polesana, in J. Meyrowitz, Teoria del medium, FrancoAngeli, Milano, 2020
Semplifico e riassumo il libro perché sto scrivendo un post gratuito su internet non una dissertazione scientifica, ma il punto è quello.
Forse questa descrizione ti ricorderà qualcosa.
Paradossalmente fino a un certo punto, se pensiamo alla nostra esperienza dei social media.
Poi: la cosa interessante è che lo stesso esercizio Meyrowitz lo fa sui bambini, osservando come il libero accesso alle informazioni e alle rappresentazioni dell’età adulta avrebbe messo in crisi la separazione tra bambini e adulti e i rapporti di potere tradizionali. Ma puoi leggerti il libro per saperne di più.
J. Meyrowitz, Teoria del medium, FrancoAngeli, Milano, 2020, p. 85
Ibid.
McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Net, Milano, p. 244





