🤔 Ci servono ancora i giornali
Cosa raccontano i fatti di Minneapolis sul ruolo dei media nell’era dei video virali
Ciao, in questo post si parla dei fatti di Minneapolis e del ruolo dei giornali (e di tutto ciò che gli somiglia) nel racconto pubblico di questi fatti.
In sostanza si dice che, per quanto siano in difficoltà, abbiamo ancora bisogno dei giornali (e di tutto ciò che gli somiglia) per una lettura informata della realtà.
E che forse i giornali hanno capito come comportarsi, nel prossimo futuro. Forse sottolineato quattro o cinque volte.
Se per sbaglio ti interessa qualcosa di quello che leggi, o fai leggere a ChatGPT, conviene che ti iscrivi (anche solo per il bene del tuo ChatGPT).
Le morti di Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti hanno generato una cascata ineludibile di contenuti digitali. Chiunque, almeno in Europa e negli Stati Uniti, è stato esposto, che lo desiderasse o meno, alle immagini violente dei loro ultimi momenti.
Il ruolo della rete informale di cittadini e di attivisti che hanno permesso una documentazione costante e una mappatura capillare delle azioni delle forze federali per l’immigrazione è stato essenziale, ma altrettanto essenziale nel dare una forma coerente e condivisa al racconto di questi episodi è stato l’apparato formale1 delle istituzioni mediatiche (siti di news, giornali e tv) che ha puntualmente analizzato i materiali a disposizione e diffuso le proprie conclusioni (e le prove a sostegno di queste) per smentire tentativi di minimizzazione o colpevolizzazione di innocenti.
Quella a cui abbiamo assistito è stata una dimostrazione di come i media tradizionali dovrebbero utilizzare internet e i suoi strumenti in ogni condizione, dalla più nera crisi al più triviale dei gossip: elaborare una mole d’informazioni altrimenti soverchiante, sistematizzarla, validarla e restituire un plus di opinione o ricostruzione storica o contestualizzazione o, in certi casi più lievi, anche solo di spettacolarizzazione.
In un mondo in cui la materia prima alla base delle nostre diete mediatiche, composta dalle informazioni grezze, è pressoché infinita, alle istituzioni chiediamo di elaborare prodotti secondari raffinati e processati a regola d’arte.
In breve, il racconto di questi episodi ci ha ricordato del perché abbiamo ancora bisogno dei giornali. O di qualcosa che gli somiglia.
La prima testimonianza diretta della morte di Renée Good è arrivata da una testata locale, il Minnesota Reformer. Il suo vice-direttore, Max Nesterak, ha condiviso su X e sul sito della testata, il video condiviso da una testimone oculare dell’episodio, Caitlin Callenson.
Subito dopo l’accaduto, la versione ufficiale proposta dal DHS (Department of Homeland Security — più o meno il nostro Ministero dell’Interno), guidato da Kristi Noem proponeva una lettura dell’accaduto che sarebbe stata presto smentita: «in un atto di terrorismo domestico, una rivoltosa anti-ICE ha usato come arma la sua auto contro i rappresentanti della legge». Questa ricostruzione avrebbe inquadrato quanto avvenuto nei termini della legittima difesa da parte dell’agente coinvolto.
La versione ufficiale del governo federale è stata da subito contestata dalle autorità locali, in particolare dal sindaco di Minneapolis, Jacob Frey.
Sulle piattaforme social il video è circolato molto, accompagnato dalla ripresa dal punto di vista dell’agente.
Benché in questo caso tutte le informazioni strettamente necessarie a farsi un’opinione sull’accaduto e a ricostruire un quadro minimo di contesto fossero dunque immediatamente disponibili attraverso reti informali di distribuzione orizzontale (si dice UGC, user generated content), l’intervento dei media istituzionali si è reso necessario nel momento in cui la lettura imparziale del fatto ha, da subito, lasciato il posto a interpretazioni partigiane sorde al confronto col dato di realtà.
In questo caos, i soggetti istituzionali del panorama mediatico sono diventati (o meglio, tornati a essere) i garanti di una verità condivisa. O almeno hanno provato a esserlo.
Tra i tanti esempi, segnalo l’analisi delle testimonianze video prodotta dal New York Times.
Un discorso più complesso è quello che si può fare attorno alle ricostruzioni circa quanto accaduto durante le colluttazioni che hanno portato alla morte di Pretti.
I video disponibili che testimoniano quanto accaduto2, al momento in cui scrivo, sono sei, ma non sono stati condivisi simultaneamente e non tutti hanno offerto, da subito, una chiara e inequivocabile ricostruzione della dinamica.
In più, tra la diffusione di un video e l’altro, le informazioni provenienti dalle autorità federali hanno contribuito a creare dubbi e incertezze (poi fugati) sulle intenzioni di Pretti e degli altri copwatcher.
In questo caso i media istituzionali hanno operato, sin da subito, come watchdogs, cani da guardia del potere.
Attraverso le ricostruzioni, minuto per minuto, di quanto accaduto, la ricerca e diffusione di testimonianze oculari supplettive e le puntuali smentite delle dichiarazioni ufficiali, i media tradizionali ci hanno dimostrato come e quanto abbiamo ancora bisogno di un apparato istituzionale e industriale che si occupi di e abbia incentivi civici, morali ed economici nel garantire una lettura informata della realtà.
Il fatto che queste istituzioni stiano attraversando una fase di profondo (e drammatico) ripensamento del proprio modello di sostenibilità economica e del loro statuto rende solo più evidente quanto è importante trovare presto una cornice industriale e organizzativa all’altezza del compito che gli abbiamo dato e continuiamo a dargli.
La nota positiva, almeno dal mio punto di vista, è che finalmente anche all’interno delle istituzioni media è diffusa la consapevolezza della magnitudine delle minacce che stanno affrontando e di quante e quali misure editoriali e tecnologiche si sono rese necessarie.
Abbondano le sfide esistenziali. Il calo del coinvolgimento nei confronti dei media tradizionali, unito a bassi livelli di fiducia, sta portando molti politici, uomini d’affari e celebrità a concludere di poter aggirare del tutto i media, concedendo interviste direttamente a podcaster o YouTuber a loro favorevoli. Questo playbook “Trump 2.0” – ormai ampiamente imitato in tutto il mondo – è spesso accompagnato da una raffica di minacce legali intimidatorie contro gli editori e da tentativi continui di minare la fiducia, etichettando i media indipendenti e i singoli giornalisti come “fake news”.
Queste narrazioni trovano terreno fertile presso il pubblico – soprattutto quello più giovane – che preferisce la comodità di accedere alle notizie tramite le piattaforme e ha legami più deboli con i marchi dell’informazione tradizionale3.
In particolare, dal report del Reuters Institute pare evidente che finalmente, grazie allo spauracchio dell’AI, le testate abbiano iniziato un percorso di revisione delle proprie priorità nell’ottica di privilegiare, come da sempre fanno le testate di maggior successo, gli elementi non replicabili della loro offerta editoriale.
In questo senso, l’esempio della centralità acquisita dalle istituzioni media nei casi Good e Pretti, testimonia quanto il ruolo di filtro informativo e validazione delle informazioni pubblicamente disponibili sia una delle direzioni essenziali da perseguire per rendersi indispensabili.
Questa specifica tendenza molto probabilmente si consoliderà: secondo il Reuters Institute, le redazioni stanno investendo sempre più in team di OSINT4 e fact-checking integrati, capaci di analizzare un filmato virale in pochi minuti (controllo dei metadati, geolocalizzazione, confronto con mappe e altre fonti) e dare l’ok per la pubblicazione.
Il risultato è che il pubblico riceve informazioni più affidabili, anche se originariamente partite da canali non ufficiali.
Nel fare ciò, i media stanno anche diventando più trasparenti sul proprio processo: non di rado negli articoli viene spiegato «Abbiamo verificato questo video facendo X», oppure si linkano direttamente le fonti originali, riconoscendo il contributo del cittadino. Questo aiuta a costruire fiducia: il lettore/spettatore capisce da dove arrivano le informazioni e come sono state vagliate.
Senza augurarci nuove crisi di questo genere, possiamo solo sperare che quanto testimoniato da queste tragedie e dal loro racconto pubblico possa aiutare a ricalibrare le strategie delle istituzioni media e tracciare la linea per le prossime iniziative editoriali.
P.S. Dopo che avevo finito di buttar giù questa cosa, hanno arrestato due giornalisti importanti a Minneapolis. Che mi sembra suggerisca un corollario importante: anche i giornalisti hanno ancora bisogno dei giornali.
🤔 Sulla partigianeria dell’interpretazione di un’immagine, c’è Daniele Zinni che ha scritto questa cosa qua per Turisti della realtà.
🤔 Sull’uso degli strumenti tecnologici da parte di ICE e manifestanti, c’è un approfondimento su Semafor. Sempre su Semafor c’è un approfondimento sul Minnesota Star Tribune e il suo rapporto con l’UGC.
🤔 Perché proprio in Minnesota? sul Post
Abbiamo finito. Come al solito, se la prossima volta chiedi a ChatGPT di farti il riassunto, io son felice lo stesso. L’importante è il pensiero.
Se vuoi discutere con me di quel che ho scritto (o del tempo), puoi scrivermi in dm su instagram o mandarmi messaggi minatori sulla mail.
Parliamo di un gruppo di lavoro molto variegato: giornalisti, redattori, fact-checker, inviati sul campo, tecnici video, ecc.
Su Wikipedia si trovano due pagine, molto approfondite e puntuali, sulle sparatorie che hanno coinvolto sia Renée Good che Alex Pretti, rimando a quelle per tutti i dettagli.
Journalism and Technology, Trends and Predictions 2026, Reuters Institute
L’OSINT (Open Source Intelligence) è la disciplina che raccoglie, analizza e interpreta informazioni provenienti da fonti pubbliche e legalmente accessibili per scopi di sicurezza, indagine o business. Include l’uso di internet, social media, registri pubblici e media, trasformando dati grezzi in intelligence azionabile senza ricorrere a intrusioni illegali.









