🤔 Dove si discute oggi?
La nostalgia per i giornali e il mondo nuovo che si sta già organizzando online
Ciao, oggi parliamo di spazi culturali: quelli che vengono meno, quelli che nascono, quelli che crescono. C’è motivo di avere fiducia, secondo me.
Se per sbaglio ti interessa qualcosa di quello che leggi, o fai leggere a ChatGPT, conviene che ti iscrivi (anche solo per il bene del tuo ChatGPT).
P.S. Prima che pubblicassi il post è uscita la notizia della morte di Federico Frusciante. Per me è stato un esempio fondamentale di quello di cui parlo nelle prossime righe. È molto difficile spiegare adesso il dispiacere e il senso di vuoto.
Prima di frequentare un master in editoria non avevo mai sentito la necessità di leggere un supplemento culturale.
Nessuno dei miei amici aveva mai fatto riferimento a una stroncatura o una più comune lode sperticata di qualcosa apparsa su un giornale. Non avevo mai provato quella vergogna che scaturisce dal non cogliere un riferimento, non avere la minima idea di cosa si stia dicendo, e quell’ansia che ti porta a scommettere sulla postura intellettuale da tenere, quella che verrà socialmente premiata e condivisa in reazione all’argomento di cui si discuteva e quindi a fingere di sapere cosa si sta dicendo. Non in riferimento ai giornali almeno.
Gli insegnanti del master, di solito almeno ultracinquantenni, invece, davano per scontata l’abitudine a sfogliare Lettura, Domenica del Sole 24 Ore, Robinson (non mi ricordo se c’era già, ma nel caso l’equivalente), ecc.
Dopo aver completato il master, cambiato città e lavorato in editoria per qualche anno, mai più sentita la necessità.
Qualche giorno fa è uscito su The Atlantic questo articolo di Adam Kirsch che prende le mosse dal licenziamento, tra gli altri, dei critici letterari del Washington Post di Bezos per provare a tracciare un bilancio culturale e umano di questo crepuscolo della “civiltà della critica” (alla Statale dicevano così).
C’è un passaggio che, involontariamente credo, inquadra il problema in maniera brillante e suggerisce già dove andare a guardare i germi del mondo nuovo che nasce quando quello vecchio muore.
La cosa più importante che fa un critico letterario quotidiano o un supplemento settimanale dedicato ai libri è dare vita a una comunità letteraria — quel tipo di comunità che esiste quando persone che non si conoscono stanno pensando alla stessa cosa nello stesso momento. Un’attenzione concentrata è indispensabile per il benessere civico e per un dibattito politico significativo. È altrettanto importante per la vita letteraria — forse persino di più, perché chi si interessa ai libri è meno numeroso e ha bisogno di maggiore aiuto per trovarsi.
Un critico letterario, o una sezione libri di un giornale, è un soggetto che convoca, che riunisce le persone attorno a un nuovo libro o a un autore, a una tendenza o a una controversia letteraria. Questa capacità di orientare l’agenda è, naturalmente, una forma di gatekeeping: non tutti i libri possono essere recensiti, tantomeno lodati. Per questo una delle responsabilità di un buon critico o di un buon editor è avere una definizione ampia di ciò che conta e di ciò che è interessante.
La letteratura è piena di epicedi per i piccoli mondi antichi che abbiamo conosciuto e che ogni generazione, ogni società, ogni nazione vede finire e crollare, e da tempo immemore.
Ozymandias, vanitas vanitatum e tutto il resto. Siamo in quell’attorno lì.
Tra la frigna e la nostalgia però mi sembra ci sia un’inconsapevole permanenza e passaggio di testimone.
Quando Kirsch descrive con trasporto romantico e passione civile le grandi cose che questi appuntamenti con la critica del testo ci garantivano mi sembra accecato dalla nostalgia al punto da non vedere che quelle occasioni, quelle concomitanze di ragionamento, le condivisioni di esperienze intellettuali sono pratiche che rispondono a bisogni umani di appartenenza e riconoscimento, di affiliazione e promozione sociale che continuano a esistere, anche dopo la fine dell’egemonia culturale dell’ordine che sta morendo.
Queste pratiche sono proprio dimenticate oggi? A me non sembra.
Da quando sono online ho visto avvicendarsi tante soluzioni pratiche che tentavano di rispondere a questi bisogni, evidentemente difficili da sopprimere. Ho visto nascere e morire i forum, i blog, mettici anche Myspace, poi i gruppi Facebook, e ora Substack, YouTube, qualche pagina Instagram, i podcast e le live Twitch.
Se vogliamo stare ai libri, basta guardare all’intricatissima tassonomia del romance per vedere che, anche su prodotti pensati per essere popolari (se prendiamo in prestito categorie dell’ordine che muore), c’è una spinta incontrollabile e quasi allucinatoria al metadiscorso, sepolta da qualche parte in noi.
Ma prendiamo le parole di Kirsch.
La cosa più importante che fa un critico letterario quotidiano o un supplemento settimanale dedicato ai libri è dare vita a una comunità letteraria — quel tipo di comunità che esiste quando persone che non si conoscono stanno pensando alla stessa cosa nello stesso momento.
Ora da questo passaggio togliamo i riferimenti specifici alla letteratura e la letterarietà come dominio.
La cosa più importante che fa un SOGGETTO è dare vita a una comunità SPECIFICAZIONE — quel tipo di comunità che esiste quando persone che non si conoscono stanno pensando alla stessa cosa nello stesso momento.
Prendiamo un altro passaggio del testo, e facciamo la stessa operazione.
Un critico letterario, o una sezione libri di un giornale, è un soggetto che convoca, che riunisce le persone attorno a un nuovo libro o a un autore, a una tendenza o a una controversia letteraria.
Diventa:
Un SOGGETTO è un soggetto che convoca, che riunisce le persone attorno a un nuovo OGGETTO, a una tendenza o a una controversia SPECIFICAZIONE.
Se avessimo la possibilità di mettere fianco a fianco queste definizioni di critica letteraria quotidiana o occasionale con la definizione di content creator che chiunque di noi ha in testa sarebbe molto difficile trovare le differenze.
Un bel gioco da Settimana Enigmistica.
Nel passaggio da un ordine all’altro si perde qualcosa? Certo.
La professionalizzazione e la formalizzazione del linguaggio critico (variamente inteso) per come si è sviluppato nel secolo scorso è ovviamente un giacimento intellettuale che si prosciuga e ci rende più poveri. Posto che molte persone avessero davvero accesso ai testi di Fortini, cosa tutta da dimostrare.
Quello che succede oggi nei podcast accusati di aver ucciso la saggistica, nelle live su internet, su Substack è una risposta informale, non coordinata e quindi di minore efficacia e portata, agli stessi bisogni.
D’altronde, è difficile immaginare un motivo per scrivere questo post, o leggere i post delle altre persone su questa piattaforma, che non sia quello di partecipare attivamente a un discorso comune, trovare persone con interessi affini e farsi riconoscere da loro e da quanti gli gravitano attorno, e più prosaicamente trovare nuovi spunti o pettegolezzi. Proprio come scrive Kirsch.
Ma la spinta all’organizzazione, all’efficientamento è tanto forte almeno quanto lo è quella che porta al caos. Come scrivevo nell’ultimo post, c’è già tutta una parte di internet e della sua offerta culturale che si sta specializzando e formalizzando per attestarsi e proporsi come autorevole, come istituzionale, come punto di riferimento. È questione di tempo.
È questione di tempo anche la più prosaica e salomonica sostituzione. Quanti critici giovani, e per giovani intendo trentacinquenni, quindi nient’affatto giovani, passano dai circuiti della critica tradizionale? Quanti anziani invece fanno i content creator?
Ormai è evidente che la pressione demografica gioca un ruolo meccanico e inesorabile nel processo di marginalizzazione delle istituzioni d’informazione.
Il non aver avuto accesso a posti di comando, o semplice influenza, all’interno delle istituzioni ha semplicemente alienato nei giovani o presunti tali qualsiasi possibile senso di appartenenza e affiliazione.
Il fatto che Francesco Costa sia nato nel 1984 rende il Post un’istituzione in cui è possibile riconoscersi. Prova a fare lo stesso gioco con i giornali. Auguri.
Lo spazio di internet, dei creator, dei podcast, di YouTube era semplicemente l’unico spazio disponibile perché “i giovani” sperimentassero quelle pratiche di cui Kirsch si vede defraudato.
Per questo nessuno dei miei amici legge un supplemento culturale.
Poi magari, la prossima volta, ai critici, agli autori e alle autrici di libri conviene dire che la livella postmoderna possono anche tenersela in tasca. Farsi furbi non è mica un reato.
Ma questa è un’altra storia.
Se uno proprio è affezionatissimo alle istituzioni, comunque, eccoci:
l’abbonamento al New York Times, digital, costa 20€, l’anno;
l’abbonamento al New Yorker, digital, costa 43€ e fischia il primo anno;
l’abbonamento al Financial Times Edit, 8 articoli selezionati al giorno, costa 5€ al mese.
Abbiamo finito. Come al solito, se la prossima volta chiedi a ChatGPT di farti il riassunto, io son felice lo stesso. L’importante è il pensiero.
Se vuoi discutere con me di quel che ho scritto (o del tempo), puoi scrivermi in dm su instagram o mandarmi messaggi minatori sulla mail.





