🤔 Televisione piccola
Perché i podcast italiani imitano la tv e cosa dovrebbero fare invece
Ciao, oggi parliamo dell’intervista a Giorgia Meloni, ma non per i motivi che pensi tu. E parliamo di come fare contenuti video nativi digitali che siano allineati alle aspettative del pubblico. Con esempi, positivi e negativi.
Se per sbaglio ti interessa qualcosa di quello che leggi, o fai leggere a ChatGPT, conviene che ti iscrivi (anche solo per il bene del tuo ChatGPT). Anche se forse adesso va un po’ più di moda Claude.
Quindi Giorgia Meloni è la prima Presidente del Consiglio dei ministri a partecipare a un podcast1. Cioè un vodcast. Cioè, un programma su YouTube.
Il 19 marzo 2026 è stata pubblicata la puntata di Pulp Podcast, conduttori Fedez e Mr. Marra. Al momento, 2 giorni dopo, la puntata ha accumulato solo 1,5 milioni di visualizzazioni. Una bazzecola.
Le discussioni su questa prima volta sono, come al solito, concentrate su risvolti immediati e polarizzanti.
Manca o no il contraddittorio? È giusto che una Presidente si neghi così di frequente allo scrutinio dei giornalisti e poi decida di intervenire in un podcast? È una forma di propaganda? Servirà a qualcosa?
Sono tutte questioni anche interessanti, per i professionisti della comunicazione politica, ma per gli altri? Per gli altri è un’occasione di guardare alla Luna e non al dito, di capire come si fanno queste cose nuove, che saranno sempre più centrali nel racconto della vita di un paese. E poi di chiedersi: ma sono così nuove?
Oltre ai problemi già evidenziati, giustamente, da tutti sul tradimento del carattere informale (ci torniamo) tipico del prodotto editoriale Pulp Podcast (particolarmente odioso, a mio parere, il rifiuto del “tu”, esteso a tutti gli ospiti, tranne Giorgia Meloni) ci sono delle caratteristiche del panorama dell’approfondimento digitale che vanno evidenziate, discusse e auspicabilmente corrette per far sì che finalmente si possa parlare di internet come il Sesto Potere, senza finire a parlare di capitalismo della sorveglianza, che è tutta un’altra cosa.
Particolarmente importante è andare a sviscerare il rapporto di questi prodotti editoriali con le loro controparti televisive: in che tipo di relazione stanno, come si influenzano, chi vince e chi perde.
Le interviste di Pulp, Nessuno escluso di Will e altri prodotti editoriali digitali più occasionali (penso, per esempio, alle dirette del Post per le elezioni americane) sembrano aver sviluppato un rapporto complicato con i loro antesignani televisivi e forse un certo qual complesso di inferiorità.
In particolare è facile vedere un, per certi versi comprensibile, mimetismo del prodotto televisivo nell’ideazione di questi prodotti digitali. Un mimetismo che però si traduce più in forme di autosabotaggio che effettiva legittimazione del prodotto.
Ci sono alcuni aspetti in particolare di questo mimetismo che rischiano di danneggiare i nuovi prodotti video, ancorandoli a delle soluzioni formali e strutturali ideate per un medium diverso.
La scenografia
Nessuno escluso si definisce «il primo talk show di Will», e già questo basterebbe per dare un’idea della rincorsa, dell’inseguimento al pubblico televisivo2.
Come molti altri esperimenti però, non serve neanche ascoltare le battute che si scambiano intervistatori e intervistati, si tradiscono già dalla prima inquadratura.
Lo studio, in tutte queste iterazioni, è una variante, spesso in minore, dello studio televisivo: una scrivania, uno schermo, host da una parte, intervistati o opinionisti dall’altra, luci, microfoni, ecc.
È un problema diffuso anche tra i prodotti editoriali di maggiore successo: metti Good Hang with Amy Poehler, che è un programma tv, ma più brutto3; The Jamie Kern Lima Show, uguale; Call Her Daddy, che invece è figo ma è comunque tv, diversa dal solito, ma sempre tv.
Per provare a guardare a qualche esempio di prodotto editoriale che, a mio parere, riesce a creare un’esperienza di visione diversa da quella televisiva, ecco TBPN4.
Ora, non siamo di fronte a una rivoluzione, però c’è un’intuizione importante in questa schermata: quello che TBPN presenta al suo pubblico non è uno studio, ma un’interfaccia.
Nella sua architettura visiva infatti evoca l’esperienza frammentata e iperstimolata del browser (tanto più che adesso finalmente i browser stanno diventando più malleabili e personalizzabili).
Ci sono evidentemente molte componenti visive che competono tra di loro per l’attenzione dello spettatore (dell’utente): il ticker in basso (con gli sponsor integrati), l’headline in sottopancia, le finestre dei due host e la finestra centrale con il ritaglio di una cam virtuale che acquisisce da un browser. Ogni pixel è, o promette di essere, informazione, non decorazione.
Non è una rivoluzione rispetto alla tv d’informazione, anzi la stessa identità grafica del canale e del brand è ispirata a un «mix tra tv d’informazione e la tv sportiva»5, con qualche suggestione che guarda alla F1 e ai terminali Bloomberg, ma è un passo avanti.
La lezione che TBPN sceglie di seguire è quella di Bloomberg TV, una tv che vuole essere uno strumento di lavoro, una dashboard d’informazioni sempre alla portata dell’occhio dello spettatore distratto, probabilmente sempre accesa sul terzo o quarto monitor di un operatore finanziario.
Una tv che non vuole essere una tv.
La struttura
Che sia la puntata registrata, con durata fissa e montaggio tradizionale, o l’appuntamento in diretta con segmenti fissi, ospiti e servizi, la struttura di questi prodotti editoriali risponde, in un certo senso, alle stesse logiche della televisione.
Il tempo su internet, però, assume una dimensione un po’ particolare, con più sottodimensioni che convivono all’interno dello stesso prodotto editoriale: c’è il tempo del live, che è legato, nella migliore delle ipotesi, alla partecipazione degli utenti all’evoluzione del contenuto; quello del segmento, spezzone ricaricato in un secondo momento, che isola le varie sezioni tematiche o i singoli episodi notevoli; quello della clip social, che ulteriormente seziona il tempo in maniera tirannica per asciugare al massimo il contenuto e ridurlo alle sue caratteristiche essenziali.
E nel tempo del live, che è la dimensione spesso più caratterizzante del tempo online6, si nasconde un’architettura liquida, che cozza con i tempi scanditi dello show televisivo.
TBPN fa 3 ore di live al giorno, con segmenti fissi, ma la drammaturgia di questi segmenti è sempre frutto del flusso, della dinamica particolare della singola puntata.
Nel descrivere TBPN, Bloomberg usa un paragone interessante: coprono l’industria tech «come se fosse uno sport»: la diretta sportiva, con il suo commento, non ha una scaletta rigida, reagisce agli eventi della gara.
Ecco, su internet, spesso, è più importante reagire che programmare.
La relazione col pubblico
Che è poi una questione di struttura, di architettura anche questa.
Gli streamer, metti HasanAbi, vanno online anche per 8 ore di fila ogni giorno, con qualche idea imprecisa di quello che dovranno fare, ma è dall’interazione con il proprio pubblico che originano gli spunti di confronto e di intrattenimento.
Dario Moccia ha una rubrica fissa nelle sue live durante la quale reagisce ai contenuti prodotti dai membri della sua community su Reddit.
La chat, nei contenuti live, non è una semplice decorazione, né un canale di comunicazione temporaneo, attivabile in certi segmenti (come succede in Nessuno escluso), ma un interlocutore fisso, un soggetto collettivo che partecipa alla trasmissione.
Allo stesso modo, durante le puntate di TBPN, i due host scorrono i commenti su X della community che segue lo show in diretta. La community è parte integrante dello spettacolo, non un interlocutore saltuario.
È un po’ come le telefonate della Zanzara: non è decorazione, è proprio il punto focale dello show.
L’informalità
Ora, ormai l’informalità è uno dei codici più diffusi del nostro tempo, è difficile territorializzarla in maniera precisa in un dominio mediatico o in un altro.
Questo però non vuol dire che su internet, e in particolare nei suoi prodotti video, questa non abbia assunto delle caratteristiche proprie, riconoscibili e che molti utenti danno per scontate ormai.
Spesso, in alcuni dei prodotti meno riusciti, questa informalità viene interpretata come un semplice codice di condotta, e di registro linguistico: si è meno sorvegliati e più “autentici”.
In realtà però nel digitale l’informalità è qualcosa di più, diventa un principio cardine dell’architettura del contenuto.
Abbiamo detto di HasanAbi: 8 ore di diretta al giorno, sempre dalla stessa stanza di casa sua. Uno show che lui stesso definisce, un po’ sminuendosi, «praticamente la radio, ma per gli zoomer». In realtà è più una specie di reality con protagonista la coscienza politica del suo host. Un flusso di coscienza interminabile.
In questa struttura è evidente che non c’è proprio spazio per un buon grado di formalizzazione: nessuno può mantenere un registro sorvegliato per 8 ore parlando da solo davanti a uno schermo.
Altro esempio: Travis Kelce, noto ai più per essere il promesso sposo di Taylor Swift, ha un podcast di successo con suo fratello Jason. Si chiama New Heights.
L’informalità qui è di tipo relazionale: i due host sembrano essere dei fratelli che apprezzano sinceramente la compagnia l’uno dell’altro (incredibile a dirsi). Questo dà il la a delle interazioni che sembrano assolutamente sincere: si interrompono a vicenda, divagano, si prendono in giro.
Il tutto è facilitato dal fatto che lo show è una chiacchiera a due in una dimensione protetta: nessun set, solo due webcam e due monitor (i due vivono in città diverse).
Ora. Fedez, che pure è Fedez, apre la puntata con Meloni dicendo: «per noi avere qui oggi la presidente è una grande opportunità e un grande traguardo». Frase comprensibile, anche vera, ma che tradisce il contesto in cui è pronunciata: un contesto di competizione e antagonismo con le istituzioni giornalistiche e culturali.
Di solito Pulp è molto più informale, ma, più che davanti a Meloni, di fronte alle aspettative di un ecosistema informativo affamato di occasioni per esprimere condanne o sanzioni nei confronti di medium concorrenti si scopre impreparato: la pressione derivante dalla minaccia del giudizio di giornali e tv ha irrigidito il format e gli host. Il format non ha degli anticorpi abbastanza forti per reggere questo tipo di pressione.
Il punto è pensare alla separazione dei media, oltre che a quella delle carriere. Il formato specifico di Pulp non è ispirato a principi giornalistici come li intendiamo comunemente; non dovrebbe accettare una competizione su un terreno sul quale non ha mai seriamente voluto investire. Non perché non possa, in senso assoluto, ma perché non gli dovrebbe interessare. Il prodotto editoriale intervista ha una sua perfetta dignità anche se non è condotta secondo gli stilemi di una cultura mediatica diversa: semplicemente parla a un pubblico diverso, in modo diverso.
L’informalità può essere un tono che si adotta, una scelta espressiva, ma nel digitale (anche nel caso di Pulp) è spesso una condizione imposta dal formato entro il quale sei chiamato a esprimerti.
Se fai 8 ore di live ogni giorno, o se registri su Zoom con tuo fratello, le condizioni di produzione del contenuto porteranno necessariamente a un risultato diverso da quello che si otterrebbe in una produzione sul set, con autori e tecnici.
Nel caso specifico di Pulp, probabilmente, i due host non erano pronti ad affrontare la sfida di produrre un contenuto così difficile, d’interesse così generale, fuori dalla loro conformazione produttiva abituale: l’aver dovuto registrare a Roma, in un setting istituzionale, ha probabilmente contribuito a creare un ambiente meno adatto all’espressione della loro cifra produttiva abituale.
Sono usciti dal loro formato e questo porta a una sottolineatura delle incongruenze con l’abituale. È come una nota stonata.
Avendo sottolineato l’importanza del formato nella definizione del tono di voce di un prodotto editoriale video, andiamo allora a cercare dei modelli di formato che possano influenzare e indicare la via alle prossime produzioni.
Paradossalmente mi sembra che alcuni dei modelli migliori a cui guardare per andare oltre la tv vengano proprio da alcuni programmi televisivi che con la forma e il linguaggio televisivo hanno provato a fare cose diverse, sperimentali persino.
Il mio format preferito è quello di Sports Writers on TV. Da quando l’ho scoperto su YouTube son diventato matto.
Quattro esperti seduti attorno a un tavolo in uno spazio quasi metafisico (andava di moda, pensa al Charlie Rose Show) mentre fumano e discutono di sport come al bar. Un podcast, ben prima dei podcast, forse anche meglio dei podcast.
Pardon the Interruption poi è una miniera di idee di format: in grafica ci sono tutti gli argomenti di cui si parlerà nella puntata; ogni argomento ha un tempo limitato per essere discusso, poi si passa ad altro e il timer è ben visibile; alla fine della puntata c’è sempre il segmento “Errori e Omissioni”, dove si corregge quanto di sbagliato si è detto. Su Wikipedia c’è l’analisi di tutto il format.
E poi programmi come il Late Night with David Letterman di NBC sono ancora oggi incredibili da rivedere. C’è stato un episodio dello show durante il quale l’immagine girava come un orologio, così che a metà show l’immagine fosse del tutto capovolta e tornasse dritta soltanto alla fine. Anche qui su Wikipedia trovi molte informazioni.
Insomma, pensa a cosa faceva la tv con la tv e pensa cosa fa oggi il digitale con tutte le possibilità che potenzialmente avrebbe.
Letterman faceva anti-televisione in televisione: svelava i meccanismi del dietro le quinte, giocava con le convenzioni e le possibilità tecniche. I podcast, o vodcast, o come li vuoi chiamare, avrebbero tutte le condizioni strutturali per fare lo stesso, o ispirarsi a questo per fare qualcosa di ancora diverso, ma quasi nessuno lo fa.
Il fatto che oggi non solo riproponiamo gli stilemi della tv, ma per di più gli stilemi della tv più conservativa, è uno smacco doppio. Certo, sono peccati di gioventù, ma è meglio prenderne atto.
Una domanda è lecita, arrivati a questo punto: perché farsi questi problemi?
Torniamo per l’ultima volta all’intervista a Meloni. Chi ci ha guadagnato?
La Presidente ha ottenuto quello che, realisticamente, poteva voler ottenere: non tanto di convincere qualcuno a votare sì, quanto esporsi a un pubblico che generalmente non raggiunge in condizioni di relativa serenità e controllo.
I conduttori più o meno lo stesso: anche se avversati da istituzioni mediatiche di vario colore, l’accanimento testimonia soltanto la loro rilevanza, il potere acquisito. Erano in cerca di legittimazione, l’hanno ottenuta.
YouTube, contentissima: attenzione mediatica, visualizzazioni, tempo in piattaforma. Tutto gratis.
Il pubblico però cosa ottiene? Informazioni? Non proprio. Intrattenimento? Di bassa qualità. In sostanza un segmento televisivo a basso budget.
L’ecosistema della produzione digitale, poi, ne esce ammaccato: la legittimazione del prodotto digitale passa attraverso la sua abdicazione, la sua rinuncia a rivendicazioni di autonomia e indipendenza anche formale.
È un problema che va oltre i singoli esempi. Se i prodotti digitali più in vista rinunciano a rivendicare un linguaggio proprio, il messaggio che arriva a tutto l’ecosistema è che la legittimazione passa esclusivamente attraverso l’imitazione della tv. E a quel punto il digitale diventa solo un sistema di distribuzione più economico per lo stesso prodotto, non un medium con una grammatica autonoma.
Siamo partiti da una presunta prima volta storica: la prima Presidente del Consiglio in un podcast. Ma è proprio così rivoluzionaria come svolta? Io non credo.
Il processo a cui assistiamo oggi è un tentativo, inconscio, quasi naturale, di colonizzazione del medium digitale da parte del linguaggio televisivo.
Il discorso pubblico ha trovato nel podcast un outlet più economico e agile che riesce a garantire più o meno la continuità di forme del linguaggio televisivo. La svolta però sarebbe riuscire a incanalare il discorso pubblico in formati e linguaggi nuovi, più difficili da leggere e controllare.
Non c’è ancora quel formato, ma ci sono le condizioni per costruirlo.
Abbiamo finito. Come al solito, se la prossima volta chiedi a ChatGPT (o Claude, dato che so che sei un po’ trendy) di farti il riassunto, io son felice lo stesso. L’importante è il pensiero.
Se vuoi discutere con me di quel che ho scritto (o del tempo), puoi scrivermi in dm su instagram o mandarmi messaggi minatori sulla mail.
La notizia non è fresca: Meloni era già stata intervistata nel 2024 da Diletta Leotta, ma in quanto madre. Da Pulp Podcast invece si è parlato di politica e del suo ruolo di Presidente.
Pubblico che, tra l’altro, ha già abbandonato la tv. Perché dovrebbe adesso cercare su YouTube le stesse cose che rifugge in tv? O perché il pubblico televisivo dovrebbe cercare su YouTube le stesse cose che ha già in tv?
Tra l’altro non so chi gestisce le luci di questo show ma deve avere dei problemi di vista abbastanza gravi.
Ne ho già parlato abbastanza nel dettaglio, conviene riprendere anche quel pezzo là.
Tanto da colonizzare anche i contenuti registrati (vedi Joe Rogan: nessun taglio, più ore di contenuto per ridare l’esperienza della presa diretta anche in differita).








Molto interessante, anche se non sono convinto che il digitale debba per forza “superare” la tv, forse il format va bene così, è la distribuzione che cambia